MIMESI

IL LIBRO DELLA NATURA

"Date le cause la natura partorisce li effetti per i più brievi modi che far si possa.” Leonardo da Vinci

Autopoietikè

Mimesi (μίμησις), parola che nel mondo greco antico assume un significato di essenza e origine dell’arte, che conettualmente era imitazione della natura circostante agli uomini.

Da un punto di vista filosofica l’arte per i Greci è mimesi, in quanto imita le cose, gli oggetti, che a loro volta sono imitazioni dell'”idea” assoluta di ciascun gruppo di cose e di oggetti; l’arte diviene imitazione non delle cose particolari, ma direttamente dell’idea universale.

Platone spiega tramite un semplice esempio (La Repubblica – nel X Libro) i due tipi di mimesi umana che sussistono se ci riferiamo ad esempio all’idea di letto. Vi è una idea-letto, iniziale ed immutabile, che solo un dio può creare: l’artigiano, produce il letto su tale modello (autopoietikè), ma anche un pittore senza riferirsi all’idea-letto, dipinge una copia del letto che ha fabbricato dall’artigiano (eidolopoietikè mimesis).

Da un lato c’è l’artigiano è artefice di un icona, una produzione fantastica sulla base di un modello ideale, l’artigiano assurge a demiurgo, produce un simulacro che imitano la realtà della forma ideali.

Dall’altro lato c’è il pittore imitatore è artefice di una copia, realizza una produzione icastica, imita di una icona reale.

La funzione dell'arte

Riguardo alla mimesi Platone nel II e III libro della Repubblica scrive che gli artigiani e artisti dovrebbero collaborare, producendo e imitando oggetti che non si trovano in natura, con le altre due classi, dei guardiani e dei filosofi, finalizzate al benessere dello Stato. Tutti, artigiani e artisti, per Platone sono imitatori, cioè quelli che « si occupano di figure e di colori o di musica, poeti con i loro valletti, rapsodi, attori, coreuti, impresari, fabbricanti di ogni sorta di suppellettili oggetti per diversi usi, soprattutto per la moda femminile.»

Il pittore, lo scultore, il poeta però, non producono oggetti utili ma semplicemente copie e quindi si pone il problema se essi possano far parte dello Stato ideale. La risposta affermativa è condizionata al fatto che la loro attività sia utile alla buona educazione dei cittadini. Quando i bambini ascoltano le storie di Omero «il giovane non è in grado di giudicare ciò che è allegoria e ciò che non lo è» e poiché «tutte le impressioni che riceve a tale età divengono in genere incancellabili e immutabili» ,è «assai importante che le prime cose udite dai giovani siano favole narrate nel miglior modo possibile con l’intento di incitare alla virtù».

Quindi non una generica condanna dell’arte in quanto imitazione di un’imitazione, ma l’accettazione di essa condizionata ad un’utile funzione pedagogica da valutare attraverso un attento giudizio censorio che se negativo, anche per valutazioni metafisiche e gnoseologiche, può portare all’espulsione dallo Stato dei poeti e dei pittori, «imitatori dell’oggetto di cui gli altri sono artigiani».